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Trump, l’Australia e la Rivoluzione digitale: scrivere le regole del web è un ossimoro?

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Trump, l’Australia e la Rivoluzione digitale: scrivere le regole del web è un ossimoro?

Che cosa significa “rivoluzione”?
Sono pronta a scommettere che anche a voi questa parola rievoca la Marianne impetuosa e ribelle di Delacroix.

[La Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix]

Più in generale possiamo definirlo come  un processo attraverso il quale classi sociali che non si sentono rappresentate dalle autorità o che si sentono danneggiate nei loro diritti, sovvertono le istituzioni per modificarle profondamente e stabilire un nuovo ordine.

E se dico “rivoluzione digitale” a cosa pensate?
Probabilmente all’innovazione tecnologica e a come ha cambiato le nostre vite.

[Fonte: fauxels da Pexels]

Grazie allo sviluppo di dispositivi interattivi (internet, pc, smartphone, …) abbiamo assistito alla proliferazione dei canali d’accesso all’informazione, che hanno completamente rivoluzionato le modalità in cui avviene l’atto comunicativo.

Le informazioni ci vengono praticamente versate addosso a secchiate, tanto che la vera sfida adesso è diventata quella di imparare a selezionarle.

Una sensazione di profondo smarrimento ha fatto sì che, grazie alla variegata quantità di informazioni disponibili, invece di selezionare attivamente le notizie per farci un quadro completo dei fatti, abbiamo finito per preferire un accesso alle notizie stesse governato da algoritmi. L’azione di informarsi è diventata del tutto passiva.

I giganti del web, con la scusa di fornire strumenti che facessero da bussola in questo “far world,” rischiano, per dirla alla Scott Morrison, primo ministro australiano, non solo di cambiare il mondo, ma di gestirlo.

Ma perché cito Morrison?

La scorso 18 febbraio molti di voi avranno letto titoli del tipo “Facebook ha tolto l’amicizia all’Australia”, tuttavia farò un breve riassunto per quelli a cui l’algoritmo di turno ha nascosto la notizia.
Il Governo australiano, più o meno un anno fa, ha proposto una legge per costringere i colossi del web a pagare gli editori per la condivisione delle loro news. Il presupposto alla base di questo disegno di legge individua in Facebook e Google i carnefici che hanno condannato a morte i giornali, per cui il Governo ha suggerito che essi pagassero gli editori per poter condividere le loro notizie. Quando nei giorni scorsi la legge è stata approvata alla Camera, ha suscitato reazioni diverse nelle due aziende.

Mentre Google ha firmato un accordo con il colosso editoriale australiano NewsCorp (di proprietà di Rupert Murdoch, il più importante editore australiano e uno dei più influenti del mondo), Facebook ha deciso, senza dire né ciuccio e né bestia (ndr. senza preavviso), per dirlo come la mia splendida terra pugliese mi ha insegnato, di oscurare tutte le testate giornalistiche presenti sul suo network, impedendo loro di condividere i link alle notizie dei media australiani, sia locali che internazionali.

Dopo una settimana e molti confronti tra il ministro del tesoro Frydenberg e lo stesso Zuckerberg, il Governo australiano ha presentato una serie di emendamenti che in sostanza concedono la possibilità di negoziare gli accordi privatamente tra piattaforme ed editori. Nel caso in cui entro due mesi le parti non dovessero trovare l’accordo, la questione sarà disciplinata dal  “News Media Bargaining Code”, il regolamento approvato dal Parlamento australiano, che prevede l’obbligo di arbitrato per stabilire i costi che le piattaforme devono sostenere per la condivisione di contenuti giornalistici prodotti da un editore australiano.

Il caso australiano è solo uno degli episodi recenti in cui i BigTech hanno mostrato i muscoli: Twitter ha chiuso l’account di Trump per l’incitamento alla rivolta di Capitol Hill e la stessa sorte è toccata all’account Facebook gestito dall’esercito della Birmania qualche giorno fa in seguito all’avvenuto colpo di Stato.

[Fonte: Wikipedia]

Per quanto anche questi avvenimenti abbiano un significato più che simbolico, il caso australiano al momento rappresenta un unicum, la prima vera trattativa di regolamentazione di uno spazio, il web, del tutto privo di regole ufficiali e concordate.

La rivoluzione digitale, che doveva garantire a tutti un accesso facile e libero alle informazioni, non è mai stata scevra di regole: queste ultime erano fatte da privati, che, fino a questo momento, non avevano l’obbligo di confrontarsi con nessuno, se non con i loro profitti.

Seppur la strada sia ancora molto lunga, una direzione certa è stata intrapresa e pare che anche altri Paesi – il Canada ha già fatto dichiarazioni in merito –  siano intenzionati a seguire l’esempio della terra dei canguri. 

[Fonte: Treccani]

Nell’uso scientifico una “rivoluzione” indica la rotazione di 360° di un corpo intorno a un altro corpo, quasi a lasciar intendere che ogni rivoluzione finisce col portarci al punto di partenza.

Cosa ne sarà della nostra “rivoluzione digitale”?

di Giusy Anglani

Il rivoluzionario più radicale diventerà un conservatore il giorno dopo la rivoluzione.

[Hannah Arendt, politologa, filosofa e storica]


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